Angelo Maltese si dedicò, durante i lunghi anni della sua attività professionale alla complessa arte del ritratto. I suoi sono ritratti elaborati e difficili e sono l’espressione degli anni ’20-’30.
Fu maestro nel ritocco; il “flou” nella sua attività dominò sovrano adoperando speciali obiettivi che fondevano l’immagine dandole un senso di elevata spiritualità. Egli fu capace di creare, accanto a molti ritratti di circostanza, degli autentici capolavori che riescono ad andare oltre l’epoca nella quale furono realizzati, Egli vide attraverso il suo obiettivo la società del suo tempo con occhio indagatore, nei suoi aspetti di lusso, vanità, eleganza, ma anche nella durezza della vita quotidiana. La maggior parte dei ritratti ci sono giunti anonimi. Egli si rivolse sia ai membri della media e alta borghesia sia alla semplice gente del popolo. Moltissimi dei personaggi ritratti oggi non esistono più ma rivivono attraverso la fotografia in una nuova dimensione. Nel ritratto egli privilegiava la luce morbida e le atmosfere aeree. Il ritratto fotografico per Angelo Maltese non era sofisticazione e maestria. Il nostro, da artista fotografo, privilegiava l’analisi psicologica, cercava di dare ad un viso l’essenza vera dello sguardo, dell’attimo fuggente, di un’improvvisa malinconia o dolcezza o di una fissità volitiva. Maltese sapeva aspettare quell’attimo, infatti non fotografava subito i suoi soggetti, prima voleva cercare di catturare le loro caratteristiche usuali, gli stati d’animo suscitati da particolari stimoli in modo da esteriorizzarli e poterli penetrare attraverso l’obiettivo fotografico.
Angelo Maltese amò la fotografia in tutti i suoi aspetti e non privilegiò un tema in particolare. Come emerge dalle foto che compongono il suo vasto archivio e che immortalò con i suoi scatti, eventi, paesaggi, animali e volti. Archivio ancora conservato dai figli Antonello e Renzo, fotografo anch’esso.
Di Angelo Maltese sono le fotografie delle prime rappresentazioni classiche del 1914 nel teatro greco di Siracusa. Nonostante la giovane età del fotografo (aveva infatti soltanto 18 anni) sin dalle prime immagini è evidente l’atteggiamento fotografico caratterizzante l’artista aretuseo il quale non si limitò mai a riproporre un’azione scenica, ma utilizzò sempre il proprio punto di vista critico e selettivo.
Le immagini di figure individuali sono caratterizzate dalla necessità della posa e dall’immobilità del gesto. Queste foto testimoniano l’espressività degli attori di teatro dei primi del ‘900. Angelo Maltese fu maestro però nella foto corale, del grande spazio che privilegiava l’insieme. Fermando con successione logica i movimenti più significativi dello spettacolo, le foto di Maltese possono inserirsi nel concetto di scena globale, dove non è solo la rappresentazione a essere esaltata, ma in cui il fotografo trova nel pubblico e nello spazio circostante un ulteriore elemento da analizzare. Dimensione scenica e pubblico diventano complementari e la luce naturale, tendente progressivamente al crepuscolo, racchiude entrambi.
Attento indagatore di ogni fatto della vita locale, Angelo Maltese predilesse il mondo della pesca e dei pescatori. Ed è proprio con alcune di queste foto che nel 1988 è stata realizzata una mostra intitolata “C’era una volta una tonnara”, dove sono state esposte le foto della pesca nella tonnara di S. Panagia nei pressi di Siracusa. Esse sono state scattate negli anni ’30, ossia nel momento di maggiore attività della tonnara.
In queste foto si percepisce ciò che l’autore ha provato nell’attimo in cui coglieva i momenti di fatica e di vita scegliendo quella determinata immagine tra le altre che si susseguivano, fissandola e rendendola, così, emblematico ricordo di una situazione e di una storia.
Queste immagini, adesso, rappresentano un prezioso documento che permette di ricostruire gesti che ormai da anni non fanno più parte della nostra quotidianità.
Anche in queste immagini è ben visibile l’animo dell’autore. Angelo Maltese non ha, infatti, fissato i momenti più sanguinosi della pesca del tonno, ma i momenti di una fatica che appare a tratti gioiosa e appagante. Egli dunque proietta nella scena e nell’immagine il suo animo semplice e dolce, la gioia determinata dallo svolgimento delle attività quotidiane. I suoi sono i momenti meno tesi, più lirici di quello che un tempo era più di un mestiere quasi un rito ancestrale.
Tra le migliaia di immagini lasciateci dal fotografo che imprimono sulla pellicola la storia della sua amata città ci sono quelle riguardanti i bombardamenti della seconda guerra mondiale e, ancora più toccanti, quelle dei rifugi. In particolare di quello di piazza Duomo: un percorso ipogeico da poco riaperto al pubblico che collega la piazza al lungomare della marina e che si stende sotto vari edifici storici. Il luogo si prestava ad essere adattato come rifugio e servì alla popolazione durante il conflitto. Il Maltese, da preciso documentatore di un’epoca, realizza svariati scatti anche toccanti che mostrano i disagi, la paura, la sofferenza della gente dai più piccoli ai più anziani.
Il miracolo della lacrimazione della Madonnina in gesso situata sopra il letto di una povera casa è fatto troppo noto per essere oggetto di trattazione in questa sede. Un’occasione unica che certamente Maltese, vista la sua professione e la sua religiosità, non perse di fissare in alcuni scatti entrati ormai a far parte della storia della città. Alcune di queste foto furono pubblicate su alcuni rotocalchi dell’epoca (siamo nel 1953).
Dopo cinque anni dalla prodigiosa lacrimazione venne indetto un concorso internazionale per il progetto di un santuario che ricordasse nel tempo l’avvenimento. Angelo Maltese venne incaricato dalla commissione giudicatrice del concorso di fotografare tutte le migliaia di elaborati in modo che la commissione potesse poi scegliere a tavolino il progetto da approvare. Lavorò per un mese, insieme al figlio Renzo, in condizioni di fortuna in una scuola in costruzione.
In occasione del centenario della nascita di Angelo Maltese, nel 1996, gli amici di Maltese Casare Samà e Vincenzo Di Falco coadiuvati dai figli Renzo e Antonello hanno allestito nei locali del Museo del Cinema una mostra antologica del fotografo.
La mostra durante la settimana di apertura ha visto una grande affluenza di visitatori e tra questi quelli che conoscevano già il fotografo siracusano e i più giovani che ne avevano soltanto sentito parlare. La mostra è stata una retrospettiva del passato della città, di cui Maltese è stato puntuale spettatore e documentatore per settant’anni.
Visti i problemi di spazio non è stato possibile esporre lavori importanti come la lacrimazione della Madonnina, il circuito automobilistico, le visite di personaggi illustri e tanto altro materiale di importanza storica ed artistica. Molti i ritratti presentati, alcuni con elaborazioni manuali eseguiti direttamente sulle lastre di formato 18x24 cm che hanno trovato posto su un grande piano luminoso.
In realtà la produzione di Angelo Maltese è così vasta che intere sezioni potrebbero essere delle mostre separate. Alcune immagini sono ricche di fascino e quasi di misticismo religioso, come ad esempio quella del gruppo si suore ritratte durante una funzione nelle Catacombe di S. Giovanni: le religiose, con le candele in mano, immerse, quasi rapite dalla preghiera, riportano l’osservatore ai primordi del cristianesimo quando i fedeli si riunivano nelle catacombe per pregare segretamente Dio. Anche il cortometraggio Artigiani del mare è stato proposto nella mostra e presentato in una sala appositamente allestita.
Angelo Maltese, coadiuvato dal figlio Renzo, che aveva abbracciato l’attività del padre, realizzò anche un cortometraggio di 16 minuti intitolato "Artigiani del mare". Il tema a cui si ispira Maltese è la Siracusa che scompare e per questo decide di immortalare i lavoratori di un’antica e tradizionale arte siracusana.
Era il 1967, anno di grandi trasformazioni a Siracusa. L’incentivo alla realizzazione del video scattò, però, alla notizia del progetto di un secondo ponte sulla darsena che prevedeva l’eliminazione delle baracche dei “calafatari”. Maltese decise così, prima che fosse troppo tardi, di fissare, questa volta con la macchina da presa, il faticoso e difficile mestiere dei cantieri, scrutando da vicino le fatiche di maestri d’ascia, la pazienza del lavoro di scalpello, la magia delle ordinate che determinano la siluette della chiglia.
Oltre che nella scelta della inquadrature il merito del fotografo è quello di avere scritto una pagina di storia patria. Egli mostra la nascita di un peschereccio dalla sua iniziale impostazione sino al varo. Non si tratta sempre della stessa barca dal momento che il cortometraggio venne realizzato in una settimana (impossibile costruire un natante di quella portata in così poco tempo). Però con accorgimenti di inquadrature e il successivo montaggio, il peschereccio risulta costruito nella sua integrità. Il testo scritto personalmente dallo stesso fotografo venne letto dall’attore Aldo Spitaleri e le musiche di sottofondo furono scelte dal consulente musicale Antonino Franzò.
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